La storia


 
 

 
Giornalisti in 600

La carica delle 600
La carica delle 600


Fiat 600. Solo a pronunciarne “cognome” e nome sembra quasi di sentirne il tipico rumore, sembra quasi di gustarne il tipico aroma, una mistura di benzina normale, di benzina super e di surriscaldato, perché, non dimentichiamolo, la nostra beniamina soffriva un po’ di calori estivi e ciò provocava molto spesso dei fastidiosi ritardi in arrivo alle mete della villeggiatura.

Ma Lei si faceva perdonare, perché comunque in vacanza ti ci portava, con calma, con il portabagagli sul tetto carico oltre misura, ti faceva gustare il dolce paesaggio dell’Italia del dopoguerra, del boom economico di cui Essa stessa era protagonista, Lei, la mamma di tutte le utilitarie che strappò gli Italiani alla "Vespa" e alla "Lambretta" permettendo loro di raddoppiare il numero delle ruote a disposizione.

Due anni dopo l’uscita della 600, nel 1957, ci pensò la nuova 500 a rincarare la dose, anche se all'inizio ricevette un'accoglienza freddina a causa della sua nota spartanità, problema a cui la Fiat cercò di rimediare ben presto aggiungendo una versione più rifinita e deprezzando la "base".

Ma la 500 aveva solo due cilindri, era raffreddata ad aria, era più piccola e più rumorosa; per i medi e lunghi spostamenti la 600 era decisamente migliore.

Nella seconda metà degli anni 50 incominciarono a susseguirsi le varie serie, fino ad arrivare al 1960 quando l’evoluzione culminò con la 600 D, ovvero la 750: molti modificarono la scritta posteriore per sfoggiare la maggiore cilindrata, ma ufficialmente Lei si chiamò sempre 600, ormai un nome non più legato alla cilindrata (con il senno di poi ne sappiamo qualcosa anche oggi con la Seicento/600 che in realtà è una 1100cc).

Nel frattempo era già nata la Multipla, anch’essa assoggettata al cambio di cilindrata nel 1960. Che macchina! La prima monovolume per la famiglia con le configurazioni a sei o sette posti, il taxi per antonomasia nella Roma e nella Milano degli anni 60 nella sua inconfondibile livrea verde e nera. Dalla Multipla derivarono vari furgoncini, evolutisi fino agli anni 80, e fu allestita anche in versione ambulanza.

Non era proprio bella, era aerodinamica solo in marcia indietro, ma utile, funzionale e tanto simpatica; quando la incontriamo oggi ai raduni storici non possiamo fare a meno di sorridere con affetto a quel musetto da mamma bonaria e rassicurante.

Ma la Multipla non fu l’unica variante al tema 600.

Il fatto che le due utilitarie della Fiat a trazione posteriore, la 500 e la 600, fossero scarne e poco accessoriate spinse i carrozzieri a cimentarsi con la massima libertà (non vincolati dalla galleria del vento e dalle più elementari norme di sicurezza) nell'elaborazione estetica di quelle che oggi chiameremmo citycar. Ed ecco diventare familiari nomi come Viotti, Boano, Boneschi, Moretti, Vignale, Francis-Lombardi, Fissore... e la lista potrebbe continuare per un po': una carrellata di modelli, spesso esemplari unici in tutti i sensi, alcuni validi e razionali, altri veramente ridicoli, visti con gli occhi di adesso. Ma si sa, nelle automobili la carrozzeria serve a vestire più o meno degnamente quello che veramente poi conta al fine di raggiungere lo scopo primordiale di un veicolo: il motore.

Con le 600 e le 500 le elaborazioni interessarono anche i propulsori con due grandi firme: Abarth e Giannini. Chi non ricorda questi mini bolidi con assetti ribassati, gomme larghe, strisce vistose su tetto, cofani e fiancate, paraurti smontati per questioni di leggerezza e grinta, coppe coprimozzo tolte per far vedere i quattro dadi magari verniciati di rosso... E del cofano motore perennemente aperto che ricordi avete?

C'è chi pensa che servisse come spoiler ad effetto deportante, chi crede che fosse un buon sistema per mettere bene in vista il motore elaborato, ma la verità sta nella cronica insufficienza di raffreddamento dei motori posteriori, di cui soffriva in particolare la 600 (raffreddata ad acqua). Per ottenere l'apertura fissa del cofano posteriore della 500 si ricorse persino all'incernieramento superiore modificando così l'apertura originale della Casa.

Ma c'è un'ulteriore ragione che spiega queste auto-Colosseo: in alcuni casi venivano fatti montare (da automobilisti scriteriati) propulsori che arrivavano a cilindrate prossime ai 2000 cc, per cui non c'era proprio modo di chiudere il "coperchio", perché il motore debordava. A frenare questa corsa di bolidi fatti in casa ci pensò la crisi energetica unitamente a norme sulla sicurezza attiva e passiva che a partire dagli anni 70 divennero sempre più severe. Lo spazio per l'improvvisazione aveva le ore contate.

Adesso, a cinquant’anni di distanza, con il progresso tecnologico e le nuove norme vigenti di sicurezza, pensare ad automobili come quelle fa rabbrividire, ma come sarebbe bello se mamma Fiat decidesse di proporre un remake della 600 in chiave moderna, come è successo per il Maggiolino, per la Mini, e come succederà per la 500, che richiami quelle forme familiari e arrotondate che tanto sono tornate di moda oggi, quel gusto retrò che ti dà emozioni, ma con l’affidabilità dei tempi attuali.

Sarebbe un’ulteriore ripresa per la Fiat… e per gli italiani!



Alessandro De Gerardis







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